Me ne voglio stare così, al caldo delle parole di Selva, con la maglietta scolorita e stretta che quasi dimenticavo nel cassetto. Tutto, anche stavolta, ritornerà.
All’improvviso i tuoni in lontananza, il ticchettio delle gocce, l’odore di asfalto bagnato. Lo scacciasogni le dice qualcosa, anni fa un’altra bocca ci soffiava attraverso parole di quiete e cacao. Questa era l’ora degli arrivederci. Una giovane madre richiama suo figlio nel cortile, “Franceshco!” , gli uccelli cercano rifugio tra le impalcature. Tornano come pietre dure le canzoni di un’altra terra, tornano con vecchi nomi, incastonate nel tempo di un’altra vita. Come acqua dalle corolle scenderà a comprare le sigarette e a regalare baci, qualcuno un giorno li ricorderà. Qualcuno un giorno penserà anche a lei.
Ma c’è qualcosa di più, che non può essere messo a fuoco. Ha a che fare con la luce che si specchia sul palazzo bianco di fronte, coi dolori alla testa e agli occhi, e con le notti dove imparo a memoria parole di tenerezza da seppellire in una baia vicina.
Nido di Rondine ha il solletico nello stomaco, sente ali sbattere nel torace e allora comincia a scrivere. Scrive di un parco giochi invaso dal tramonto di Roma, scrive che l'acqua e l'aria gli hanno impastato i capelli con rami e nuvole, scrive pagine di diario di qualcun altro, e si commuove. Nido di Rondine seduto nel pullman abbracciato a qualcuno, Nido di Rondine ha paura, paura di poter perdere ancora qualcosa, Nido di Rondine lascia sfaceli nemmeno immaginati sulle strade frettolosamente percorse senza felpa. Scrive senza inchiostro che presto tutto finirà, nel bene e nel male, e non riconosce crudeltà nel sole, e non sa maledire. Un quaderno rosso e impolverato, siamo qui poi si torna a casa e il pensiero correrà sempre più lontano, dove siete finiti voi che mi chiamavate amore? Ho mangiato anche le briciole e stringo una mano. Poi dal finestrino sbucano gli occhi azzurri del bambino Lorenzo, e Nido di Rondine sa ancora giocare.