Carissima sconosciuta,
eri nel mio stesso treno in quel lungo viaggio di qualche settimana fa.
Ti sei seduta silenziosamente accanto a me guardandomi svuotare le tasche. Qualcuno ti aspettava in chissà quale città per fare chissà che cosa, e il pensiero delle tue tresche mi ha tenuto compagnia più di quanto non abbia fatto la tua presenza fisica.
Te ne stavi immobile sul seggiolino, col lungo cappotto nero abbottonato e le mani intrecciate sul ventre. Avevi gli occhi chiari, di un azzurro che non conosce la felicità, e lo sguardo di chi ha patito troppo e non ha voglia di smettere di farlo.
Stavi gridando in quel rumore di passi e rotaie, gridavi “Assassini! Mi state uccidendo, assassini!”, senza emettere un fiato o tradire la tua pena con una smorfia.
Quando ti sei addormentata ho fissato a lungo la tua bocca appena aperta, i denti così bianchi che sembravano venuti alla luce da pochi attimi, un piccolo anello d’oro all’indice sinistro e le unghie cortissime, come se il tempo per affilarle fosse ormai lontano, scaraventato nei tuoi vent’anni e nella voglia di un figlio mai avuto, di un lavoro perbene, di un corpo da scaldare ogni inverno.
Non ricordo la stazione a cui sei scesa, e non saprò mai se arriverai a casa o continuerai ancora a lasciare in tante strade piccole schegge di te e del tuo dolore. Non so nemmeno quale sia il tuo vero nome, né perché stia parlando di te…per un attimo sei stata la madre, mai conosciuta, di una vecchia e cara amica.