25/02/2007,17:17

Sono tornato su quegli scogli di fronte al mare, a farmi arrossare gli occhi dal vento che sa ancora di pioggia. Oggi ho l'aria più rilassata, mi si legge in faccia.

Ci sono cose che si fermano in gola e rompono la voce, e quando ci pensi cammini piano e guardi per terra. Poi alzi lo sguardo e la vedi nascosta da chi ha sempre qualcosa da dimostrare, da quelli che sparano diretti i propri colpi o presunti talenti, da chi occulta il vuoto con affascinanti confezioni. Se ne sta lì, la bellezza, al buio dei suoi occhi, con una maglia rossa e la bocca socchiusa a fiutare anime. Mi ha abbracciato, e io non volevo. Ho sempre paura di incontrarla, di sentire le sue mani sulla schiena, di abbandonare il viso sulla sua spalla. Placenta. Fresie bianche. Anni che non ho. Anni che non ricordo. Un cinema di paese e le mani che si accarezzano. Verde. Caffè. E di nuovo il mare.

I vagoni stridono sui binari mentre perdo il conto dei biglietti che ho in tasca. Chissenefrega, magari parto.

"Mi sono innamorato di te perchè non avevo niente da fare. Il giorno volevo qualcuno da incontrare. La notte volevo qualcosa da sognare"

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18/02/2007,16:19
E non poteva non piovere. Sulle foglie dell'acacia piantata nel cortile dell'asilo, lì di fronte. Sulle cartacce maldestramente spillate su pali e semafori, sui presagi di carnevale e oroscopi scaduti. Su aerei in partenza, e sulle rughe di pensieri sommersi. Piove anche nel teatro, e vedo le gocce attraversare le luci ambra e poi ghiaccio. Quei miei soliti controluce. Non ho più cieli in cui nascondermi per chiuderti gli occhi, e questi pezzi di cuore, attaccati con lo scotch più scadente, si sciolgono mentre mamma canta una vecchia canzone. Io non lo so nemmeno perchè scrivo, e perchè in questa domenica uguale a tante altre mi sciolgo così. Poi tutto finisce e ricomincia, intermittente, goccia dopo goccia, per esplodermi dentro.
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13/02/2007,02:28

Chiamami se ti va, potrei aspettare solo un ricordo, ti ricordi di me?

Sono il fratello, il bambino, il gatto, quello che hai lasciato per strada due anni fa. Sono quello che che hai amato e che hai dimenticato quella notte nel sacco a pelo. Sono quello che non sa ballare ma che corre di notte lungo salite di asfalto bagnato. Sono io. Bu!

Allora hai capito che numero sono? Prendi il biglietto e consumami con una birra di troppo. Posa lo sguardo sui miei capelli in una qualsiasi distante redazione. Hai capito chi sono? Sono quello che gira con una scimmia che canta a Praga, uno che sorride pensando a niente e che piange mentre fa la fila per un dolce che sa di cannella.

Aspettami come aspetti la birra. Baciami come quando. Come quando non avevi capito niente. Tanto niente puoi sapere. Allora ti ricordi? Notturno come me, come me che non sai. Come un gioco che non hai giocato, ma in fondo sai. Scatta la foto, senza flash, notturno. Cambia le scarpe, scorda e scappa via. Ognuno di noi ha scritto una lettera che nessuna sa.

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10/02/2007,00:22
Non so. Riflettevo sul fatto che i germi di quelli che chiameremo sbagli in fondo sono sempre lampanti. Sono proprio lì davanti agli occhi, eppure facciamo di tutto per non vederli. Abbaglianti forse, abbaglianti. Innata propensione alla speranza, indotta cecità, imbarazzante buonsenso. Per quanto tenti di allenare il mio cinismo devo riconoscere di non essere più quello di un tempo. "Per fortuna", mi dico a bassa voce. Si, perchè ci vuole stile nel saper cadere, e quanto più è sordo il rumore dello schianto al suolo tanto più elegante sarà il rialzarsi. Scatole a forma di cuore rimbombano vuote in una vetrina, e mi sembra di sentirle dentro. Inutili, mediocri simulacri del nulla, della mostruosità di una calma piatta, di un finto aspettare. Non so. Fuggo lo specchio, la polvere è sospesa in controluce, in assenza di velocità. Stento a credere che siano miei quegli zigomi, quegli spigoli. Nel centro di questo insensato affrettarsi del mondo, lasciatemi cadere chè ho mal di testa e di universo. E niente più da ricordare di queste città invisibili. 
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05/02/2007,16:22
Tre giorni tre, a riversare lettere su uno schermo addormentato e cancellarle una ad una dopo pause di riflessione e auto-richieste di onestà intellettuale. In così poche ore ho toccato ogni sfera dello scibile aggrappandomici come un bambino all'orlo della gonna della mamma che sta per andare via. Niente. Due post due, ridondanti e sudici di modeste aspirazioni, eliminati. Ultimamente quando comincio a giocare con le sillabe finisco legato a concetti che nessuno ha chiamato e che non riesco a domare. Escono fuori, loro, e non me la sento di ricacciarli in fondo. Così restano invischiati nella colla delle cellule affumicate da shampoo e sigarette. Erba amara da masticare, così volevo descrivere le parole. Già sentito. Poi è spuntata una bambola che in uno studio televisivo cianciava di domeniche e polizia. E alla fine ho incrociato lo sguardo sincero e fugace di Eleanor Rigby che ancora, in una chiesa deserta, raccoglie il riso lanciato agli sposi. A suo modo tutto questo spreco di idee potrebbe essere la mia unica possibile trilogia, il cui significato è oscuro anche all'autore. Ci sarà da accontentarsi.  
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