Fare, pensare, pensare a fare, fare e non pensare, qualcosa che possa rendermi felice o farmi dimenticare l'inconsistenza di certi giorni, che possa farmi vedere tutto quello che manca senza che il più insignificante dolore possa sfiorarmi per un attimo. Un altro treno preso, altri trecento persi, curioso come possano coincidere talvolta le occasioni afferrate e quelle buttate via, che dietro a una si nasconde l'altra e nemmeno te ne accorgi o forse si ma il finestrino fa schermo e con lui le gocce di pioggia. Nemmeno su questo treno riesco ad avere un posto mio, e tu sei distante chilometri e secoli, lo avverto dal suono della voce, dalla formalità che ne imposta il timbro. Allora ripenso alla volta che ho alzato la testa verso lo specchio e mi sono detto "sono un idiota ma voglio crederci anche stavolta", e ridevo d'amore o presunto tale e mi allacciavo le scarpe e scappavo via per bloccarti le braccia e vederti partire. Quanti anni sono passati eppure la mia faccia ancora ce l'ho in mente, dentro allo specchio con tratti diversi, ed ora è tutto un tergiversare fino al prossimo contratto da firmare, se mai ci sarà, fino al mattino che le vocine cattive mi fermeranno nel letto e tornerò a dormire come sempre per non darmi torto né ragione. Qualcuno mi ha fatto pensare a te, e stanotte ho avuto un po' di paura. Non c'è niente di veramente nero, sono solo bloccato nel treno e non posso nemmeno fumare, se sentissi la porta aprirsi e i passi di qualcuno alle mie spalle vorrei che fosse uno sconosciuto con cui parlare. Ma questo è pensare, non è fare, perché se per una volta fossi tu forse ti bloccherei le braccia per non farti partire. Se fossi tu, se fosse quella faccia nello specchio, quella faccia che era felice.
Cucù
