Teneme en tu corazón, imperatore, diavolo, pazzo capovolto, ti regalo le stelle e per te scelgo il mio stesso trono sfondato di cartone, perché quelle gambe sulle scale mobili erano tue, e ti aspettavo sopra come sempre coi biglietti ancora da timbrare (le ali le avremmo portate al ritorno). Que yo te tendré en el mío, sotto le bretelle e la camicia bianca, sotto la coppola e sotto le lenzuola, occhi di isola e di vulcano, lasciami affondare dentro la tua terra, con gli anni che vanno via anche se è sempre novembre, coi falsi discorsi di piccoli maestri, con le parole scivolose che dicono ‘rivoluzione’ e guardano lontano, ma non dicono niente e sono pure orbe, e allora via, silenzio, e noi a prendere fango. Però nel tempo ho scoperto quanto è imperfetta la felicità, e che il mio petto è fatto per accogliere fili neri e chimere, e anche se non dovessimo vincere niente sarà valsa la pena di resistere, di stare insieme sotto al temporale a ridere dei tuoi modi e dei miei avverbi, dei treni fermi sui binari morti, delle esplosioni delle primavere, degli incastri impossibili, delle troppe coincidenze, con gli uccellini e i nostri nasi rossi.
