
Resti aggrappato
a superfici lucide
bellissime tragedie
di soli tiepidi e di granelli gelidi
di vetri e legni di chitarre immobili.
Stagliato su un palazzo
tra i calcinacci e l'umido
un angolo di luce troppo in alto
(i tuoi capelli
piangevano sul mio petto,
non potevo chiedertelo
ma andava bene così)
non ritornerà più.
Non resta che questa spiaggia gelida, dove la luce è azzurra di inverno ("Portami vicino al mare"). Non resta che silenzio ed abiti da cerimonia, un vecchio pianoforte a coda che affonda tra i granelli a dieci passi dalla riva. Non ci resta, Angelica, che questo ultimo valzer in battigia senza guardarci, i passi spenti e la fatica, il vento a tagliarci il viso come carta. Fingerci uomini, questo ci resta, occultando, tra nuvole di tulle, l'incubo reale della nostra pelle di mostro, serpente, pecora, gattopardo.
[Ci ho pensato, guardando le sue foto]
Ciro ha 25 anni. Oggi ha comprato due libri e tornando a casa ha immaginato di essere in un'altra città. Guardava i cartelli di fronte al Museo ed i pullman che si confondevano, nel traffico, con i palazzi antichi del centro storico. Fumava una sigaretta e rifletteva sul tempo che ha trascorso in questo posto che (forse) lo ha visto nascere e dal quale (forse) ha cercato di nascondersi. Non aveva mai visto neppure quel negozio di accessori e capi alternativi che tutti, ma proprio tutti, conoscono. Si è chiesto, tra l'altro, cosa ci facessero mai in quel contesto dei grossi falli metallici in bella mostra nella vetrina interna. Confuso e spaesato alla fermata, con la certezza di essere verde dentro, si chiedeva quale sarebbe stato il numero da prendere per tornare a casa se sotto i suoi piedi non ci fosse stata Napoli. Se non ci fossero stati, in fondo a un tombino, mozziconi bagnati e riasciugati dal calore delle auto. Se la sua stanza fosse stata davvero la sua stanza, in affitto. Se solo uno di quei progetti che elaborava avesse visto, o vedesse ora, la luce del sole, Ciro quel sole ora l'avrebbe pure sulla faccia mentre fuma alla fermata del pullman, fissando i capelli neri di una donna africana. Poi passa un altro giorno ed è banconista in una libreria, o forse risponde a un telefono, o ancora serve birre pensando che dentro quella schiuma ci starebbe bene in apnea, infine si agita senza grazia su inesistenti tavole di legno. Comincia immotivatamente a credere che le sue braccia siano troppo lunghe. Cerca musica che non gli ricordi nulla. Prova a non pretendere più niente. C’è una pellicola che lo avvolge ed è fatta di gelo, distacco, cose perse, amori indecenti. Sarebbe diverso altrove? I ragazzi in motorino che gli passano avanti lo guarderebbero con la stessa espressione? Di chi sarebbero i passi nel corridoio? Anche se non ci credeva più ed è sazio e annoiato mentre crollano gli scaffali sul suo letto, Ciro non può fare a meno di pensare che nonostante tutto “Summertime” è ancora la sua canzone.
Voglio imparare come funziona quella macchina fotografica perchè ho bisogno di colori da incartare, e di scrivere a quattro mani su che cosa non so, sull'odore che aveva la sera di quel cappello da aviatore. Non sempre ridere è divertente, non sai come difenderti da sguardi che ti cadono alle spalle e ti dici che non c'è proprio niente da ribattere, ma davvero più niente. L'importante è saper ancora camminare e cambiare direzione. Che dicano che sei cambiato o caduto in un burrone, il fatto è che tu hai visto gli alberi e una coda di incidenti e mani che impastano farina, uova, burro su un tavolo luminoso, ed hai sentito il profumo della scorza di un limone, e ti sei seduto ed eri l'acqua di millefiori, e ti sei rialzato ed eri ancora solo ed hai attraversato ed hai guardato indietro a quel burrone e ti ci sei buttato per sentire i rami e la profondità ma ci sei, ci sei, vivo e con le gambe aperte a premere i bottoni per la messa a fuoco di un giorno come un altro, in cui non sai star sveglio e neppure dormire e dei puntini fermi ti indicano da chilometri laggiù e ti raggiunge l'eco...che già non c'è più.
Grazie a tutte le persone che hanno voluto condividere con me un momento importante:
al Professore che mi ha presentato come fossi uno scrittore; a chi, nei giorni che contano, c'è nonostante tutto; a chi c'è sempre, nonostante tutto; a chi non mi ha mai visto e mi ha stretto la mano; a chi mi ha sempre visto e mi ha tirato uno schiaffo; a chi non ha paura di sembrare ipocrita; a chi mi ha fatto capire quanto invece lo sia; a chi sta ancora leggendo; a chi non lascerà tracce, o nomi; a Joan, a Janis, ai cavalli, alle birre, a mal di gola e fusafungina, a tutto quel che è stato.
Ed ora datemi il Motomondiale.