Anche così a stomaco vuoto, mentre me ne sto a gambe incrociate su una panchina di pietra coi fiori invadenti a guardare ragazzi, bambini e papà che rincorrono un pallone in mezzo ai grattacieli e si spegne la grande stella e si accendono fiochi i lampioni, poi qualcuno mi ferma, 100 parole e devo già andare via e ripenso ai muri sempre caldi del carcere e ruby tuesday, anche così, riesco a sentire qualcosa di infinitamente perfetto.
“Presuntuosi siete voi. Volete lavorare per la felicità della gente, e non sapete che cosa occorre alla gente per essere felici. Potete lavorare senza essere felici?”
Me ne voglio stare così, al caldo delle parole di Selva, con la maglietta scolorita e stretta che quasi dimenticavo nel cassetto. Tutto, anche stavolta, ritornerà.
Ma c’è qualcosa di più, che non può essere messo a fuoco. Ha a che fare con la luce che si specchia sul palazzo bianco di fronte, coi dolori alla testa e agli occhi, e con le notti dove imparo a memoria parole di tenerezza da seppellire in una baia vicina.
Anche se so quanto mi mancherà portarti un biscotto mentre stai nel letto e vedere come sorridi mentre lo mangi, è giunto il momento di andare via. I bambini belli e buoni saranno in spiaggia ad aspettarmi per la festa, ed io ho voglia di immaginare le lucciole e aspettare che piova. Me ne vado canticchiando, chissà che non ci rivedremo la prossima estate.
E allora mi desto con la mia nuova pelle bruna di caffè, e lascio colare sulle belle braccia rivoli di pensieri verdi, perché stanotte Susanna ha vegliato sul mio cuore e sul palmo di una mano ha soffiato via i brutti sogni. La nostra infanzia è ancora lì, sotto quella tenda. Takk.