Avrei voluto, in questo schifo di posto stretto e dalle pareti troppo bianche, prendere una vecchia macchina da scrivere, mettere i guanti di lana verde, tagliarne lentamente le estremità ed infine comporre qualcosa da chiamare "elegia". Ma era già troppo tardi e nemmeno nevicava, ho sperato che tu avessi chiesto di me senza ricevere risposta. L'anima, o stomaco o quel che è, si è messa a ringhiare per due secondi mentre attorcigliavo un ciuffo di capelli dietro all'orecchio destro. Non è poi tanto lontano quel nostro tempo, ma le forbici mi squarciano le parole prima ancora che riesca a pronunciarle. Mi hai fatto male.
Comunque, pensami spesso.
Cara Clizia,
mentre tu nascevi io sostenevo il mio bell'esame di quinta elementare. Non capivo che razza di nome ti avessero dato, solo col tempo realizzai quanto tua madre, mia vicina di casa, si riconoscesse nella ragazzina di "Sposerò Simon Le Bon". E così a te toccò quella croce. Dopo l'esame di maturità pensai che in fondo quel nome apparteneva alla mitologia greca, e persino Montale chiamò così il più poetico dei suoi amori. Tua madre no. Lei sperava di poterti vedere ingravidata da Simon Le Bon.
Ora tu scrivi su un blog di quanto ami Michele e di quando vi toccate appoggiati al muro dietro alla scuola. Per te è sempre troppo presto per far l'amore e ogni mattina speri di trovare su quel muro un messaggio che sciolga le tue riserve. Lo aspetti sempre, fino al suonare della prima campanella, ma niente. Così sei tu a scrivertelo sul blog: "io e te 3 metri sopra il cielo". L'hai creato così, per farlo sparire senza motivo, dimenticato come un orecchino fuori moda. Mentre tua madre ti chiama perchè i 4 salti in padella si freddano. E Michele lo vedi come Scamarcio, Le Bon, Rodolfo Valentino.
Piccola Clizia, ti vedo per strada coi capelli piastrati e qualche millimetro di ricrescita, stivali e pantaloni al ginocchio che così si porta. E un poco ti invidio. Così giovane sei, così gracile nelle tue certezze. Così fiduciosa e devota all'altare dell'ultimo prodotto di tendenza. Così scaltra nel mandare SMS durante la versione di latino. Così sincera nello squittire nell'ultima delle discoteche con ospite l'ultimo dei tronisti dell'ultima delle trasmissioni. Così distratta mentre sfanculi tua madre che tuo padre non ha saputo tenerselo a furia di chiacchiere e latino-americano. Così eccitata mentre al cinema qualcuno sussurra "ho voglia di te". E lo sussurra a qualcun altra. E io che nel frattempo non ho saputo far altro che laurearmi e mettermi a pensare a ciò che di bello c'è stato in questi pochi anni, o a qualche convulsa filosofia che sappia giustificare i miei silenzi.
Un poco ti invidio.
Ma in fondo, anche no.
(questo post è prodotto in ottemperanza del decreto magisteriale n.11535938, andando per giunta fuori-tema, anche detto "vendetta di TheLegs", o "Scamarcio-Contest" )
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Carissima sconosciuta,
eri nel mio stesso treno in quel lungo viaggio di qualche settimana fa.
Ti sei seduta silenziosamente accanto a me guardandomi svuotare le tasche. Qualcuno ti aspettava in chissà quale città per fare chissà che cosa, e il pensiero delle tue tresche mi ha tenuto compagnia più di quanto non abbia fatto la tua presenza fisica.
Te ne stavi immobile sul seggiolino, col lungo cappotto nero abbottonato e le mani intrecciate sul ventre. Avevi gli occhi chiari, di un azzurro che non conosce la felicità, e lo sguardo di chi ha patito troppo e non ha voglia di smettere di farlo.
Stavi gridando in quel rumore di passi e rotaie, gridavi “Assassini! Mi state uccidendo, assassini!”, senza emettere un fiato o tradire la tua pena con una smorfia.
Quando ti sei addormentata ho fissato a lungo la tua bocca appena aperta, i denti così bianchi che sembravano venuti alla luce da pochi attimi, un piccolo anello d’oro all’indice sinistro e le unghie cortissime, come se il tempo per affilarle fosse ormai lontano, scaraventato nei tuoi vent’anni e nella voglia di un figlio mai avuto, di un lavoro perbene, di un corpo da scaldare ogni inverno.
Non ricordo la stazione a cui sei scesa, e non saprò mai se arriverai a casa o continuerai ancora a lasciare in tante strade piccole schegge di te e del tuo dolore. Non so nemmeno quale sia il tuo vero nome, né perché stia parlando di te…per un attimo sei stata la madre, mai conosciuta, di una vecchia e cara amica.